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Marketing Moratti

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Il "caso" Moratti-Pisapia dimostra quanto poco abbiamo capito delle tecniche di marketing politico sviluppate negli USA, in vent'anni che proviamo a praticarle. Scimmiottiamo le campagne americane senza averne compreso le logiche profonde.

Scavare a fondo nel passato dei candidati negli USA è compito dei media e -si sa- delle "intelligence" messe in campo dalle opposte macchine elettorali. Ma la delegittimazione dell'avversario è una mossa da fare solo a ragion veduta e, in ogni caso, non può prescindere da un obiettivo politico. Ad esempio, dico che Tizio tradisce la moglie e con questo "dimostro" che potrebbe tradire chiunque, compresi gli elettori. Oppure prendo una dichiarazione di Caio e poi mostro come lo stesso Caio dichiarasse il contrario anni fa, oppure -meglio ancora- svelo che in parlamento sostenne provvedimenti che andavano in senso diametralmente opposto alle sue convinzioni attuali; in questo modo lo bollo come un falso o, quantomeno, un incoerente o, peggio ancora, un insicuro. Inoltre -altra regola aurea- per delegittimare, devo dire qualcosa di inedito e di forte: non basta rimestare nella spazzatura. Qualcosa che psicologicamente possa piegare l'avversario. Frugare nel passato significa tracciare il profilo psicologico dell'avversario fino a trovarne il vulnus: il punto di debolezza. La cosa che lo costringa a mettersi a piangere in pubblico. La cosa che gli tolga la fiducia dei suoi e ne rallenti la macchina elettorale.

Nel caso "Moratti-Pisapia", qualcuno vuole spiegarmi il senso dell'accusa della Moratti?

Voleva dire che se Pisapia ha rubato una macchina in gioventù potrebbe rubacchiare denaro pubblico alle spalle dei cittadini? Peccato che -a quanto gli stessi media hanno fatto notare- da quell'accusa sia stato completamente prosciolto. Oppure l'idea era di dimostrare la prossimità ideologica di Pisapia con le frange estreme della Sinistra, facendo riferimento al fatto che l'auto rubata sarebbe servita per sequestrare e malmenare un giovane. Peccato che -a quanto pare- l'estraneità di Pisapia al fatto sia stata a suo tempo dimostrata. Ma anche se così non fosse credo che episodi di questo tipo siano contestabili ad un elevato numero di appartenenti alla nostra classe politica (e dirigente in generale) che negli anni '70 abbiano militato nella destra neofascista così come nella sinistra extraparlamentare. Dov'è la novità? Soprattutto: che cos'è che dovrebbe imbarazzare Pisapia?

O ancora si voleva alludere al fatto che lo studio di Pisapia abbia difeso dei brigatisti rossi alla fine degli "anni di piombo"? E allora? E' reato esercitare l'avvocatura?

Insomma, più ancora della ineleganza di buttar lì la cosa a tempo del dibattito ormai scaduto (un giochino talmente prevedibile e pusillanime che mai un guru del marketing americano lo consiglierebbe al proprio candidato), quello che mi lascia basito dell'intervento della Moratti è l'assoluta mancanza di una finalizzazione politica. Pisapia avrebbe fatto questo e quest'altro, quindi Pisapia è...? Non è...?!

Un'accusa senza prove, ma soprattutto senza una esplicita finalizzazione politica non può farsi "esperienza collettiva" né generare un'opinione comune, e, dal punto di vista del marketing politico di scuola americana, è un lusso che nessun candidato autorevole dovrebbe mai permettersi.

Volete saperne di più su queste cose? Lasciate perdere la Moratti e cercatevi i manuali di marketing elettorale pubblicati da M&B Publishing (specialmente quello di Rudelli), oppure andare a (ri)leggervi quel bellissimo romanzo che è "Colori primari" (credo fosse pubblicato da Garzanti) o a (ri)vedervi il film che ne trassero: "I colori della vittoria", con John Travolta ed Emma Thompson.

Gian Paolo Parenti

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